Volume 1
Le opere idrauliche minori della periferia
Il Carso ha rappresentato, per molti dei suoi abitanti, una realtà dura, aspra e difficile. Chi ha vissuto in queste terre ha dovuto guadagnarsi, con fatica e sudore, la propria permanenza in un mondo dominato dalla bianca roccia calcarea che, con le sue spaccature, inghiottiva ogni rivolo di pioggia. L’economia di questi luoghi era legata all’allevamento e a una coltivazione stentata; la disponibilità della “risorsa acqua” non era quindi un lusso, bensì un’esigenza imprescindibile per la pura sopravvivenza. Per questi motivi, nel corso dei secoli, è stata avviata una lenta e costante modificazione del paesaggio, adottando ogni soluzione possibile per raccogliere e conservare il prezioso elemento liquido, da utilizzare poi con attenzione e misura. In questo primo volume si è cercato di descrivere le molteplici soluzioni adottate nel tempo. L’augurio è quello di un buon viaggio alla riscoperta delle bellezze, piccole e grandi, che impreziosiscono il nostro territorio.
Autore: Paolo Guglia
Anno: 2026
Formato: 17x24 cm.
Pagine: 214
Capitoli tematici: 8
Figure: 100
Schede di approfondimento: 58
Stampa interno: Colore
Copertina: Colore, brossura con alette
Prezzo: Euro 18,00
Lingua: Italiano
Luglio Editore
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Alcuni argomenti trattati nel primo volume:
Per prima cosa, in un terreno privo di circolazione idrica superficiale, si sono sfruttate le rare sorgenti esistenti ("viri"). Si raccoglieva la poca acqua disponibile nelle fonti della Val Rosandra o quella, più ricca ma lontana, delle risorgive del Timavo a San Giovanni Duino. Pochissime erano le altre risorse di questo tipo esistenti nel territorio.
Se non c'era scorrimento superficiale, l'unica soluzione possibile era quella di creare dei capaci serbatoi e quindi conservare l'unica acqua disponibile: quella piovana. Per l'approvvigionamento delle persone si crearono dei contenitori stagni, appositamente impermeabilizzati, di forma cilindrica: le cisterne ("štirne") che, pur presentando la forma di pozzi, non accedono ad alcuna falda idrica sotterranea.
In alcuni casi, in particolare all'esterno dei centri abitati, si costruirono dei grandi serbatoi realizzati con pareti circolari in pietra calcarea. Queste costruzioni ("loqve") erano caratterizzate da una scala in pietra che scendeva fino al fondo e permetteva di raggiungere l'acqua a qualsiasi livello questa si trovasse. L'uso era destinato molto spesso al solo lavaggio dei panni o all'innaffiamento degli orti.
Durante l'inverno, gli abitanti del Carso hanno ideato una soluzione per trarre vantaggio anche dal grande freddo che imperversava. L'acqua negli stagni gelava e quindi si è pensato ad una possibile vendita di questo prodotto in città. Il ghiaccio raccolto in lastre dagli stagni veniva conservato in appositi silos ("ledenice") per poi essere distribuito durante la stagione calda.

Oltre a risolvere il problema dell'acqua potabile, bisognava trovare soluzione anche per tante altre esigenze quotidiane. Per questo motivo sono state realizzate tante "ottimizzazioni" delle opere esistenti, con lo scavo di vasche, filtri, gallerie, ecc. Con il tempo, sono state poi realizzate anche dei manufatti idraulici complementari, come mulini, abbeveratoi e lavatoi.